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Il possibile ritorno della lince negli Appennini

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La reintroduzione dei grandi carnivori è oggi uno degli strumenti di intervento principali per ripristinare gli ecosistemi naturali. Predatori come la lince contribuiscono infatti a mantenere l’equilibrio delle comunità animali regolando le popolazioni di prede. Tuttavia, pianificare il ritorno di una specie estinta localmente rimane complesso, motivo per cui la ricerca scientifica ha sviluppato strumenti di analisi sempre più avanzati per individuare le aree più adatte.

Un recente studio dell’Università degli Studi dell’Aquila, realizzato anche con il contributo di Miha Krofel, esperto sloveno di grandi carnivori, e pubblicato su Diversity and Distributions, propone un nuovo approccio per valutare la possibile reintroduzione della lince eurasiatica (Lynx lynx) negli Appennini. La specie, scomparsa dall’Italia peninsulare da secoli a causa della persecuzione e della perdita di habitat, sopravvive oggi soprattutto nelle Alpi e nell’Europa orientale, mentre gli Appennini conservano ancora ampie foreste potenzialmente adatte ad un suo eventuale ritorno.

Lo studio propone un metodo innovativo che combina tre strumenti di modellazione ecologica: i modelli di distribuzione delle specie (SDM), le analisi di connettività ecologica e i modelli individual-based (cioè simulazioni del comportamento di singoli individui) (IBMs). L’obiettivo è valutare non solo dove la lince potrebbe vivere oggi, ma anche come una futura popolazione potrebbe espandere il proprio areale, disperdersi e sopravvivere nel lungo periodo.

Il primo passo della ricerca è stato confrontare le condizioni ambientali degli Appennini con quelle delle possibili popolazioni sorgente, cioè dalle quali prelevare gli individui potenzialmente più idonei per una reintroduzione. L’analisi della nicchia ecologica ha mostrato una forte somiglianza tra gli ambienti appenninici e quelli occupati dalle linci nei Carpazi. Questo risultato suggerisce che queste popolazioni potrebbero rappresentare la miglior fonte per eventuali programmi di reintroduzione. Successivamente, utilizzando modelli di distribuzione delle specie sono state individuate le aree più idonee alla presenza della lince negli Appennini. Questi modelli, basati su dati ambientali come copertura forestale, topografia e presenza umana, permettono di stimare dove l’habitat è più favorevole (in figura). Tuttavia, individuare un habitat adatto non è sufficiente: gli animali devono anche potersi muovere nel paesaggio. Per questo motivo lo studio ha integrato i modelli di idoneità con analisi di connettività basate sulla teoria dei circuiti, una tecnica che permette di identificare possibili corridoi ecologici di collegamento.

Combinando queste informazioni in ambiente GIS, gli autori hanno individuato due aree particolarmente promettenti per un possibile rilascio: l’Appennino centrale e quello settentrionale (in figura). A questo punto è entrato in gioco il terzo strumento del framework: i modelli individual-based. Queste simulazioni riproducono virtualmente il comportamento di singoli individui, inclusi i loro movimenti, la dispersione e la mortalità, permettendo di valutare diversi scenari di reintroduzione nel corso dei prossimi decenni. Simulare rilasci simultanei sia nell’Appennino centrale sia in quello settentrionale non ha portato a risultati migliori rispetto ai rilasci in una sola area. Un rilascio di 10 individui limitato all’Appennino centrale potrebbe generare una popolazione stabile nel lungo periodo (~60 individui entro 50 anni), ma con un maggiore rischio di isolamento. Al contrario, un rilascio nell’Appennino settentrionale, pur essendo più vicino alle popolazioni alpine, non garantirebbe una popolazione autosufficiente nel tempo.

Figura 1. Idoneità ambientale per la lince eurasiatica negli Appennini (a sinistra) e connettività ecologica tra le aree idonee (a destra). A sinistra, in basso, sovrapposizione di nicchia tra la potenziale popolazione di lince negli Appennini e la popolazione di lince dei Carpazi.

Questo studio ha dimostrato, quindi, che integrare diversi modelli ecologici consente valutazioni più realistiche rispetto all’uso di un singolo metodo. Considerare insieme habitat, connettività e dinamiche demografiche aiuta a individuare aree critiche, prevedere ostacoli alla dispersione e stimare le dimensioni future della popolazione. Approcci di questo tipo possono quindi migliorare la pianificazione delle reintroduzioni e supportare decisioni più efficaci nella conservazione della biodiversità. Link all’articolo.

Davide Serva, ricercatore MESVA Dipartimento di Medicina clinica, sanità pubblica, scienze della vita e dell’ambiente

Davide Serva
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