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martedì, Gennaio 20, 2026

UnivAQ nella ricerca internazionale sul Parkinson: scoperto un biomarcatore nel sangue

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Un team di ricerca dell’Università degli Studi dell’Aquila, insieme a colleghi statunitensi e olandesi, ha identificato un biomarcatore nel sangue capace di prevedere l’evoluzione della malattia di Parkinson. La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista Nature Aging, apre prospettive importanti per la diagnosi e la cura di una patologia che colpisce milioni di persone nel mondo.

L’elemento innovativo della ricerca è la possibilità di capire quanto grave diventerà la malattia nei tre anni successivi alla diagnosi, permettendo ai medici di pianificare con maggiore precisione tempi e modalità delle terapie.

La società italiana e quella europea stanno progressivamente invecchiando. L’età è uno dei principali fattori che influenzano l’insorgenza del Parkinson, una malattia cerebrale diffusa e altamente invalidante. Tuttavia, il modo in cui l’invecchiamento incida esattamente sul Parkinson è rimasto a lungo poco chiaro. Un effetto ben noto dell’invecchiamento è l’accumulo graduale di danni al DNA, poiché le cellule diventano meno efficienti nel mantenere intatto il proprio materiale genetico. Nel sangue dei pazienti con Parkinson, i ricercatori hanno osservato una riduzione dei meccanismi cellulari che normalmente riparano il DNA. Hanno inoltre identificato un marcatore presente solo nei pazienti che, successivamente, hanno sviluppato forme più gravi della malattia. I risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Aging.

Il professore di UnivAQ Pier Giorgio Mastroberardino, docente di Anatomia, biologia cellulare e biologia dello sviluppo comparato, al Dipartimento di Medicina clinica, sanità pubblica, scienze della vita e dell’ambiente, che ha coordinato la ricerca, spiega: “Il DNA è costantemente sotto attacco. Può essere danneggiato da fattori esterni, come il fumo o le radiazioni UV del sole, ma anche da processi normali interni all’organismo; per questo le cellule sono sempre impegnate a ripararlo. Con l’avanzare dell’età, il danno al DNA si accumula per molteplici ragioni complesse, compromettendo le normali funzioni dell’organismo. Questo problema sembra essere più marcato nei pazienti con Parkinson, che mostrano meccanismi di riparazione del DNA ridotti rispetto a persone sane della stessa età. I pazienti che mostravano tali difetti hanno sviluppato sintomi più gravi di Parkinson dopo tre anni rispetto a chi non li presentava”.

I dati sono stati analizzati grazie al Parkinson’s Progression Markers Initiative (PPMI), progetto internazionale coordinato e finanziato dalla Michael J. Fox Foundation.

“Lo standard terapeutico per il Parkinson è la sostituzione della dopamina – spiega Mastroberardino -. Nei pazienti, la perdita dei neuroni provoca una carenza di dopamina che si manifesta con tremori e altri sintomi. La dopamina funziona come un freno sui movimenti, quando questo freno non funziona più, iniziano i tremori. Tuttavia, somministrare dopamina in eccesso può causare gravi effetti collaterali, come la discinesia, ovvero movimenti incontrollati e irregolari. Per questo, idealmente, si dovrebbe utilizzare questa terapia solo quando si è certi che sarà davvero necessaria”.

Sebbene serviranno ulteriori studi prima di applicare questa scoperta nella pratica clinica, la ricerca segna un passo decisivo verso l’obiettivo di arrivare, un giorno, a prevedere l’andamento del Parkinson con un semplice esame del sangue.

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